Intervista al campione Pelé!


Vogliamo farvi leggere un'intervista tutta speciale scritta da Francesco Sabatini, brillante studente della 2B e (forse) futuro giornalista! La professoressa Annalisa Sardelli ha proposto alla classe il compito di svolgere una ricerca su alcuni campioni dello sport, per inventare le domande di un'intervista e immaginare le possibile risposte del personaggio. Pubblichiamo il lavoro di Francesco perché è davvero completo ed originale. Buona lettura!

Salve Edson Arantes do Nascimento, in arte Pelé, ho alcune domande per te, ti va di rispondere ad una intervista? Iniziamo!

1) Sei nato in Brasile nel 1940: come si viveva nelle favelas a quel tempo e come ti è venuta la passione per il calcio?

- Venivo dalle favelas e in quel periodo la vita era veramente difficile, eravamo una famiglia povera. Siccome non andavamo a scuola a quel tempo una palla era l’unico svago che si poteva ricavare.  Giocavamo scalzi e per fare i palloni usavamo i calzini, di solito giocavamo alla cosiddetta “Brasiliana”, cioè senza far mai toccare la palla a terra; salivamo sui tetti delle case , correvamo per strada. La passione per il calcio diciamo che è venuta da sola: mio padre amava il calcio e lo praticava prima di rompersi il ginocchio. A quel tempo non avevamo televisori o tutti gli oggetti tecnologici che ci sono oggi, avevamo una misera radio che prendeva una volta sì e una no. Sentivamo le partite, ma alla coppa del mondo del 1950 il Brasile uscì e io promisi a mio padre che avrei riportato quella coppa in Brasile.

2) Da piccolo ti saresti mai aspettato di diventare un campione e un idolo per tutto il mondo?

- Se devo essere onesto no, addirittura io ad un certo punto della carriera avevo deciso di mollare tutto, non mi trovavo bene al Santos, non ero felice di come stavo andando avanti, non riuscivo a giocare come avrei voluto. Il mister mi ripeteva sempre che giocavo in modo primitivo perché io volevo giocare come facevo nelle favelas con lo “ginga”.

3) Appunto, Pelé, che cos’è lo “ginga”?

- Ha una storia che comincia nel 1500, quando i portoghesi giunsero in Brasile insieme agli schiavi africani che avevano la volontà di fuggire; alcuni ci riuscivano e si rifugiavano nella giungla, dove praticavano la “ginga”. È la base della capoeira, l’arte marziale della guerra. Quando la schiavitù finì i fuggitivi uscirono dalla giungla ma solo per scoprire che la capoeira era stata bandita in tutto il territorio, quindi videro il calcio come modo perfetto di praticare la “ginga” senza essere arrestati; in poco tempo questo sport si perfezionò fino a diventare quello che scorre oggi nelle vene di tutti i brasiliani ma… proprio in quella partita di cui ti raccontavo, nei mondiali del 1950, molti pensarono che lo stile “ginga” fu responsabile della nostra sconfitta e rinnegarono tutto quello che era legato alle nostre origini africane. Come ti dicevo, era proprio per questo che il mio allenatore cercava di togliere quello stile dal mio modo di giocare.

4) Tu, quand’eri uno giovane debuttante, cosa hai provato a giocare con campioni più esperti come Garrincha, Zito e tanti altri?

- Sicuramente mi hanno insegnato molto ma soprattutto ad essere un grande gruppo, proprio in quel mondiale contro la Svezia siamo riusciti a dare il meglio di noi.

5) Come ti sei sentito a battere tutti i record possibili e a vincere tre campionati del mondo?

- Beh è stata un’emozione grandissima soprattutto con il primo mondiale contro la Svezia del 1958. Eravamo molto in difficoltà in quella partita ma poi siamo riusciti a rialzarci e abbiamo giocato come veri “Brasiliani”; soprattutto sono riuscito nel mio sogno di riportare quella coppa in Brasile.

6) Cosa ha significato per te essere ambasciatore dell’Unicef?

- Io, che ero un ragazzo povero, nella vita ho avuto tanta fortuna; questo impegno nell’Unicef mi ha aiutato a restituire qualcosa a chi, come me, era nato povero e meno fortunato di altri. Sono fiero di aver avuto questo incarico.

7) Siamo dunque giunti all’ultima domanda di questa fantastica intervista. Si è tanto parlato della rivalità tra te e Diego Armando Maradona, due modi differenti di vedere il calcio e la vita in generale. Come stanno veramente le cose?

- Al di là di come ognuno di noi due ha vissuto la propria vita al di fuori del rettangolo di gioco, riconosco a Diego di essere stato un grandissimo campione e la rivalità tra noi due è stata solo inventata dai media.

Ti ringrazio davvero Pelé, faremo tesoro delle tue parole!

Francesco Sabatini 2B

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